Obesità nel mondo: i numeri di una sfida globale

Nel 2024, una persona su sette nel mondo viveva con obesità. Parliamo di circa 1,1 miliardi di persone, un dato che evidenzia quanto questa condizione rappresenti una delle principali sfide per la salute pubblica a livello mondiale.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), dal 1990 l’obesità nella popolazione adulta è più che raddoppiata, mentre tra gli adolescenti è addirittura quadruplicata.

I numeri sono particolarmente significativi: nel 2024, circa 2,6 miliardi di adulti, pari al 45% della popolazione adulta mondiale, erano in sovrappeso. Di questi, 940 milioni vivevano con obesità.

Ma il fenomeno riguarda anche le nuove generazioni. Nel mondo, 35 milioni di bambini sotto i 5 anni erano in sovrappeso. Nella fascia di età compresa tra i 5 e i 19 anni, il numero saliva a 400 milioni, di cui 170 milioni con obesità.

Questi dati ci ricordano che l’obesità non può essere considerata semplicemente una questione di peso corporeo o di volontà individuale. È una malattia cronica, complessa e multifattoriale, influenzata da fattori biologici, genetici, ambientali, psicologici e socioeconomici.

Affrontarla significa andare oltre il semplice consiglio di mangiare meno e muoversi di più. Occorrono prevenzione, educazione alimentare, interventi personalizzati e percorsi di cura multidisciplinari, capaci di migliorare non soltanto il peso, ma soprattutto la salute e la qualità della vita delle persone.

Fonte: World Health Organization (WHO), dati globali 2024.

 

I nuovi farmaci per il trattamento dell’obesità stanno cambiando il modo di affrontare questa malattia. Ma ridurre la fame e perdere peso non significa automaticamente imparare a mangiare meglio. Scopriamo perché il supporto nutrizionale è importante prima, durante e dopo la terapia farmacologica.

Una nuova prospettiva nel trattamento dell’obesità

Negli ultimi anni, l’arrivo dei farmaci basati sulle incretine ha rappresentato una delle innovazioni più significative nel trattamento dell’obesità.

Molecole come la semaglutide e la tirzepatide hanno dimostrato di poter favorire una perdita di peso clinicamente importante, intervenendo su alcuni dei meccanismi biologici che regolano l’appetito, la sazietà e il comportamento alimentare.

Ma attenzione: questi farmaci non sostituiscono un percorso nutrizionale. Possono, piuttosto, creare condizioni biologiche più favorevoli per intraprenderlo e sostenerlo.

È una distinzione fondamentale, soprattutto se vogliamo considerare l’obesità non soltanto come un problema di peso corporeo, ma come una malattia cronica che richiede una gestione personalizzata e continuativa.

L’obesità è una malattia cronica, non una mancanza di volontà

Per molto tempo, il trattamento dell’obesità è stato raccontato attraverso una spiegazione semplicistica: mangiare meno e muoversi di più.

Oggi sappiamo che la realtà è molto più complessa.

L’obesità è una malattia cronica, multifattoriale e caratterizzata da un’elevata tendenza alla recidiva. Al suo sviluppo e mantenimento contribuiscono fattori genetici, metabolici, neuroendocrini, psicologici, comportamentali e ambientali.

Il nostro organismo possiede sofisticati sistemi di regolazione del peso corporeo. Quando perdiamo peso, questi sistemi possono attivare risposte compensatorie, come l’aumento della fame e la riduzione del dispendio energetico, che rendono difficile mantenere i risultati raggiunti.

Non si tratta semplicemente di avere poca forza di volontà. Esistono meccanismi biologici che possono ostacolare il cambiamento.

Ed è proprio su alcuni di questi meccanismi che intervengono i nuovi farmaci.

Come funzionano le incretine e perché riducono la fame?

Le incretine sono ormoni prodotti fisiologicamente dall’intestino, soprattutto in risposta all’assunzione di alimenti. Tra questi, i più conosciuti sono il GLP-1 (Glucagon-Like Peptide-1) e il GIP (Glucose-dependent Insulinotropic Polypeptide).

I farmaci utilizzati nel trattamento dell’obesità possono imitare l’azione del GLP-1 oppure agire su più recettori, come nel caso della tirzepatide, che agisce sui recettori del GIP e del GLP-1. Nomi di farmaci conosciuti sono Ozempic, Wegovy, Mounjaro, Rybelsus, ecc.

Oltre agli effetti sulla regolazione della glicemia, queste terapie intervengono sui circuiti coinvolti nel controllo dell’appetito e della sazietà.

In molte persone determinano una riduzione della fame, un aumento della sensazione di sazietà e una minore spinta a consumare cibo.

Un fenomeno particolarmente interessante è la possibile riduzione del cosiddetto food noise, espressione inglese che descrive il pensiero frequente, persistente e talvolta intrusivo rivolto al cibo.

Alcuni pazienti riferiscono, per esempio, di non pensare continuamente a cosa mangiare, di sentirsi soddisfatti con porzioni più piccole o di riuscire a gestire meglio gli impulsi alimentari.

Quando la fame diventa meno intensa e il pensiero del cibo meno invasivo, seguire un percorso nutrizionale può diventare più semplice.

Questo non significa che il farmaco risolva automaticamente tutti gli aspetti del comportamento alimentare, ma che può ridurre alcuni ostacoli biologici al cambiamento.

Il farmaco riduce la fame, ma non insegna a mangiare

Questo è probabilmente uno degli aspetti più importanti da comprendere.

Una persona che assume un farmaco incretinico può iniziare a mangiare molto meno, ma mangiare meno non significa necessariamente mangiare meglio.

La riduzione dell’appetito, infatti, non garantisce automaticamente un’alimentazione equilibrata, varia e nutrizionalmente adeguata.

Il farmaco non insegna, da solo, a organizzare i pasti, scegliere gli alimenti, riconoscere i propri bisogni nutrizionali o distinguere la fame fisiologica da quella legata alle emozioni.

Non modifica necessariamente le convinzioni sul cibo, le abitudini consolidate o il rapporto con l’alimentazione.

Pensiamo, per esempio, a una persona abituata a saltare i pasti, mangiare velocemente o utilizzare il cibo per gestire stress e tensioni emotive.

La terapia farmacologica può ridurre l’intensità dell’appetito, ma queste abitudini possono richiedere un lavoro educativo e comportamentale specifico.

È proprio durante la terapia farmacologica che il percorso nutrizionale può diventare una preziosa opportunità educativa.

Un momento in cui imparare a mangiare in modo più consapevole, costruire nuove abitudini e acquisire strumenti utili per il futuro.

Il ruolo del dietista: mangiare meno senza rischiare di nutrirsi peggio

Uno degli aspetti che richiedono maggiore attenzione durante la terapia con incretine è la possibile riduzione dell’apporto nutrizionale.

Quando l’appetito diminuisce sensibilmente, alcune persone possono arrivare a consumare quantità di cibo insufficienti rispetto ai propri fabbisogni.

Questo può tradursi in un’assunzione inadeguata di proteine, vitamine, minerali, fibre e liquidi.

Un rischio particolarmente importante riguarda la perdita di massa muscolare.

Durante il dimagrimento, infatti, non perdiamo esclusivamente tessuto adiposo, ma possiamo perdere anche una quota di massa magra.

La perdita di muscolo può essere particolarmente problematica nelle persone anziane, sedentarie o già caratterizzate da una ridotta massa muscolare.

Per questo motivo, l’obiettivo non dovrebbe essere soltanto ridurre il peso corporeo, ma migliorare la composizione corporea e preservare il più possibile la massa muscolare e la funzionalità fisica.

Il dietista svolge un ruolo importante attraverso la valutazione dei fabbisogni individuali, la distribuzione delle proteine nei pasti, la verifica dell’adeguatezza nutrizionale e il monitoraggio dell’andamento del percorso.

A tutto questo deve affiancarsi, quando possibile e in relazione alle condizioni cliniche, un programma di attività fisica che comprenda esercizi di forza o contro resistenza.

L’associazione tra alimentazione adeguata e allenamento muscolare rappresenta una strategia importante per limitare la perdita di massa muscolare durante il dimagrimento.

Gli effetti collaterali delle incretine: come può aiutare il dietista?

Nausea, vomito, senso di pienezza precoce, diarrea e stipsi sono tra gli effetti indesiderati più frequentemente associati alle terapie incretiniche.

Questi disturbi possono comparire soprattutto nelle prime fasi del trattamento o durante gli aumenti di dosaggio.

In molti casi sono di intensità lieve o moderata e tendono ad attenuarsi nel tempo, ma non devono essere sottovalutati.

Il dietista, lavorando in collaborazione con il medico prescrittore, può aiutare il paziente ad adottare strategie alimentari personalizzate per migliorare la tollerabilità della terapia.

Nausea e vomito

Quando compare nausea, può essere utile ridurre il volume dei pasti e distribuirli in più occasioni alimentari durante la giornata.

È spesso preferibile scegliere preparazioni semplici, poco elaborate e con un contenuto moderato di grassi, evitando pasti particolarmente abbondanti.

Anche mangiare lentamente, masticare con cura e interrompere il pasto quando compare un senso di pienezza possono contribuire a ridurre il disagio.

In presenza di vomito persistente, però, non è sufficiente modificare l’alimentazione: è necessaria una valutazione medica.

Sazietà precoce

Alcune persone riferiscono di sentirsi sazie dopo pochissimi bocconi.

In queste situazioni il rischio è quello di introdurre quantità insufficienti di energia e nutrienti.

Il dietista può aiutare a organizzare pasti più piccoli ma nutrizionalmente completi, distribuendo meglio le fonti proteiche e privilegiando alimenti che consentano di soddisfare i fabbisogni anche con porzioni contenute.

L’obiettivo non è costringere la persona a mangiare di più, ma aiutarla a nutrirsi adeguatamente anche quando l’appetito è molto ridotto.

Diarrea

In caso di diarrea può essere opportuno valutare temporaneamente la quantità e la tipologia di fibre alimentari, ridurre gli alimenti particolarmente grassi e individuare eventuali cibi che peggiorano i sintomi.

Un’attenzione specifica deve essere riservata all’idratazione e, quando necessario, al reintegro dei sali minerali.

Le modifiche alimentari devono essere individualizzate, evitando restrizioni inutilmente prolungate.

Stipsi

La stipsi può essere favorita da una riduzione dell’introito alimentare, delle fibre e dei liquidi.

In questi casi è utile valutare l’apporto idrico, aumentare gradualmente le fibre quando tollerate e favorire un’adeguata attività fisica.

Frutta, verdura, cereali integrali e legumi possono contribuire alla regolarità intestinale, ma le quantità e le modalità di introduzione devono essere adattate alla tolleranza individuale.

In alcuni casi può essere necessario un ulteriore intervento terapeutico concordato con il medico.

Quando gli effetti collaterali richiedono attenzione medica?

Non tutti i disturbi possono essere affrontati esclusivamente attraverso modifiche dell’alimentazione.

È importante contattare il medico in presenza di nausea o vomito persistenti, difficoltà a mantenere un’adeguata idratazione, marcata debolezza, riduzione significativa della diuresi o perdita di peso eccessivamente rapida.

Un dolore addominale intenso e persistente, soprattutto se localizzato nella parte superiore dell’addome e irradiato alla schiena, richiede una valutazione medica urgente per escludere condizioni importanti, tra cui la pancreatite.

Anche un dolore significativo nella parte superiore destra dell’addome, eventualmente associato a febbre o ittero, può richiedere una valutazione urgente per possibili problemi della colecisti o delle vie biliari.

In presenza di difficoltà respiratoria o gonfiore improvviso di lingua e gola è necessario attivare immediatamente i soccorsi.

La gestione degli effetti collaterali è un lavoro di squadra: il dietista interviene sugli aspetti nutrizionali, mentre il medico valuta la sicurezza, il dosaggio e l’eventuale necessità di modificare o sospendere la terapia.

E quando il farmaco viene sospeso?

Un’altra questione fondamentale riguarda il mantenimento dei risultati.

Le evidenze scientifiche mostrano che, dopo la sospensione delle terapie farmacologiche per l’obesità, molte persone possono recuperare una parte significativa del peso perduto.

Questo accade anche perché, interrompendo il trattamento, possono riemergere i meccanismi biologici che favoriscono l’aumento dell’appetito e il recupero ponderale.

Non significa che il paziente abbia fallito, né che il farmaco abbia smesso di funzionare. Significa che stiamo trattando una malattia cronica che, come altre patologie croniche, può richiedere una gestione continuativa.

Per alcune persone può essere appropriato proseguire la terapia farmacologica nel lungo periodo, secondo indicazione medica. Per altre può essere necessario rivalutare il trattamento.

Il percorso nutrizionale non garantisce, da solo, che il peso perso venga mantenuto dopo la sospensione del farmaco. Può però contribuire a sviluppare competenze alimentari, sostenere la salute metabolica e favorire la continuità delle abitudini acquisite.

Ecco perché è importante lavorare sull’educazione alimentare fin dall’inizio della terapia, senza rimandarla al momento in cui il farmaco verrà eventualmente interrotto.

Il vero obiettivo non è soltanto perdere peso, ma guadagnare salute

I farmaci incretinici rappresentano un importante progresso nella cura dell’obesità. Non devono essere demonizzati, ma neppure considerati una soluzione capace di sostituire ogni altro intervento.

Il loro impiego, quando clinicamente indicato, dovrebbe inserirsi in un percorso integrato che comprenda assistenza medica, educazione alimentare, attività fisica, attenzione alla composizione corporea e supporto comportamentale quando necessario.

Il farmaco può aiutare a ridurre la fame.

Il percorso nutrizionale può aiutare a migliorare la qualità dell’alimentazione, prevenire carenze, preservare la massa muscolare e costruire abitudini sostenibili.

Sono favorevole o contrario ai farmaci per l’obesità?

Molti pazienti mi chiedono se sono favorevole o contrario all’utilizzo dei nuovi farmaci per l’obesità.

La mia risposta è semplice: non sono né favorevole né contrario a un farmaco per principio. Sono favorevole al suo utilizzo quando esiste una reale indicazione clinica.

Se una persona soffre di ipertensione arteriosa e necessita di un farmaco per controllare la pressione, non ci chiediamo se siamo favorevoli o contrari: valutiamo se quella terapia sia appropriata e utile per la sua salute. Lo stesso ragionamento dovrebbe valere per l’obesità, che è una malattia cronica e non una semplice questione di volontà.

Le incretine rappresentano uno strumento terapeutico importante, soprattutto per quelle persone che hanno affrontato numerosi tentativi di dimagrimento, spesso seguiti dal recupero del peso perduto.

Questi farmaci possono ridurre la fame, aumentare la sazietà e attenuare quel continuo pensiero rivolto al cibo, oggi spesso definito food noise. Non eliminano necessariamente la fame emotiva, ma possono rendere più semplice gestire l’alimentazione quotidiana e migliorare l’aderenza al percorso nutrizionale.

Il farmaco può aiutare il paziente a seguire il percorso alimentare; il dietista lo aiuta a trasformare questa opportunità in nuove abitudini.

Per questo non considero la terapia farmacologica un’alternativa all’educazione alimentare, ma un possibile alleato, quando necessario e opportunamente prescritto dal medico specialista, all’interno di un trattamento integrato.

Il nostro obiettivo, del resto, non è semplicemente far perdere peso a una persona, ma aiutarla a migliorare la propria salute e la qualità della vita.

La terapia farmacologica e il percorso nutrizionale non sono due strade alternative. Sono strumenti complementari che, insieme, possono contribuire a una gestione più efficace dell’obesità.

Perché il successo di un trattamento non dovrebbe essere misurato soltanto dai chilogrammi persi, ma anche dalla salute metabolica, dalla funzionalità fisica, dal benessere psicologico e dalla qualità della vita.

Non solo perdere peso, ma guadagnare salute.

Se stai assumendo questi farmaci e desideri affiancare un percorso nutrizionale su misura contattami.

Dr. Loreto Nemi
Dietista Nutrizionista, Docente Universitario

tel. 06 96 70 18 88

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità divulgative e non sostituiscono una valutazione medica individuale. Le terapie farmacologiche per l’obesità devono essere prescritte e monitorate dal medico specialista.

Mozaffarian D, et al. (2025). Nutritional priorities to support GLP-1 therapy for obesity: a joint Advisory from the American College of Lifestyle Medicine, the American Society for Nutrition, the Obesity Medicine Association, and The Obesity Society.

Fitch A, Gigliotti L, Bays HE. Application of nutrition interventions with GLP-1 based therapies: A narrative review of the challenges and solutions. Obesity Pillars. 2025;16:100205. doi:10.1016/j.obpill.2025.100205.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨